Non ricordo esattamente quando lo yoga è entrato nella mia vita. Forse è successo dopo una sessione particolarmente intensa, una di quelle giornate in cui l’oceano ti mette alla prova — non solo fisicamente, ma dentro. Tornato a riva, esausto e felice, ho sentito il bisogno di capire meglio quel filo invisibile che unisce corpo, respiro e mare. È stato allora che ho steso per la prima volta un tappetino.
All’inizio, lo yoga mi sembrava lontano dal surf. Mi immaginavo posizioni statiche e lente, mentre io avevo bisogno di adrenalina, di movimento. Poi, piano piano, ho capito che lo yoga non era l’opposto del surf. Era il suo completamento perfetto.
Sul tappetino, ho imparato a respirare davvero. A restare presente. A sentire ogni muscolo, ogni piccolo tremore. È lo stesso che accade su una tavola quando aspetti l’onda giusta: il respiro si fa lento, la mente si svuota, il tempo sembra sospeso.
Yoga e surf parlano la stessa lingua — quella dell’equilibrio.
Col tempo ho scoperto che le asana, le posizioni, rafforzavano il mio core, miglioravano la flessibilità delle anche e la stabilità nelle manovre. Ma ciò che mi ha cambiato di più non è stato il fisico: è stata la consapevolezza.
Quando mi trovo nel line-up e l’acqua scorre sotto di me, porto lo stesso stato mentale che coltivo nello yoga: ascolto, accettazione, presenza.
C’è qualcosa di profondamente simile tra un flusso di vinyasa e una serie di onde che si infrangono davanti a te. Entrambi ti chiedono di lasciarti andare, di fluire, di fidarti.
E quando riesci a farlo, accade la magia: non stai più “facendo” surf, sei surf. Non stai più “facendo” yoga, sei respiro.
Da allora, il mio rituale prima di entrare in acqua è cambiato. Dieci minuti di stretching, qualche saluto al sole, due respiri profondi. È un modo per connettermi, per ricordarmi che l’oceano non è un campo di battaglia ma un alleato.
Lo yoga mi ha insegnato a surfare anche le onde della vita. Quelle che non scegli, quelle che ti travolgono e ti insegnano.
E ogni volta che torno a riva, con il sale sulla pelle e il cuore pieno, sento che quella connessione tra tavola e tappetino è qualcosa di sacro — un ponte tra il corpo e l'anima